venerdì 6 giugno 2008

I 'gendarmi' senza macchia e senza paura

Achtung! E’ arrivato in libreria un volume
«da maneggiare con cura perché rischia di intossicare il lettore» (La Stampa – 16 maggio 2008).
L’avviso ai bibliofili, riferito alla nuova produzione di Giampaolo Pansa, è di Miguel Gotor, docente di Storia moderna all'Università di Torino. E' il settimo libro della saga sulla guerra civile che ha insanguinato l'Italia negli anni 1943/45 ed oltre, scritto questa volta con la veste di romanzo. Volumi che finora hanno venduto centinaia e centinaia di migliaia di copie ed anche “I tre inverni della paura”, dopo appena due settimane, è già in vetta alle classifiche. Un successo costante poco gradito a quelli che Pansa ha definito i 'gendarmi della memoria', impegnati nella missione di salvaguardare i dogmi della vulgata antifascista e resistenziale, che vuole i buoni da una parte ed i cattivi rigorosamente dall’altra. Si tratta di sentinelle dell’ortodossia, tanto spregiudicate da azzardare, come lo storico torinese Angelo D’Orsi, che «siamo in pieno ‘rovescismo’… fase suprema del revisionismo stesso».
Un parente stretto del ‘giustificazionismo’, a sua volta erede del ‘negazionismo’. Sistemi dialettici che si sono alternati - soprattutto per spiegare il dramma delle foibe coi suoi diecimila trucidati – nelle tesi degli storici, degni colleghi di Gotor.
Il buon Miguel, commentando il libro di Pansa, ha indossato il vestito da sciacallo e si è spinto a scrivere: «…i preti uccisi lo sono sempre senza una ragione plausibile e neppure una volta viene detto che quella violenza anticlericale è forse figlia della consapevolezza che i segreti raccolti nel confessionale si sono trasformati in delazioni omicide; le fanciulle stuprate e uccise dai partigiani sono sempre vittime innocenti e mai affiora il sospetto che, amoreggiando con i soldati nazisti, abbiano potuto trasformarsi in spie, vendendo i propri compagni di scuola, divenuti resistenti, al nemico, per un paio di calze di nylon, un tozzo di pane, una carezza d’amore in più» (La Stampa – 16 maggio 2008).
Un fulgido esempio di equilibrismo storico: da una parte santi ed eroi, nella peggiore delle ipotesi salvatori della patria, dall’altra, assassini, spie e puttane.
A breve, contro il ‘traditore’ Pansa riprenderà l’azione collettiva dei ‘gendarmi’ per impedirgli di ribadire che «gli squadroni della morte di una parte del Pci hanno continuato ad ammazzare per odio di classe fino alla fine del 1946» (Quotidiano Nazionale – 16 maggio 2008), nonostante «la retorica della resistenza abbia accreditato la favola della guerra civile con unico scopo la liberazione dal fascismo» (Libero – 16 maggio 2008). Invece, «la guerra dei partigiani rossi era solo il primo passo verso la conquista del potere per trasformare l’Italia in una Ungheria del Mediterraneo» (Quotidiano Nazionale – 16 maggio 2008), ma «gli ordini del Partito comunista andavano nella direzione del silenzio» (Liberal – 16 maggio 2008).
A Pansa il merito di aver contribuito - per la prima volta apertamente da sinistra - a ricostruire stragi, eccidi, violenze, vendette, pistolettate in testa, fucilazioni, rappresaglie, fosse comuni che in quegli anni insanguinarono l’Italia. Un lungo elenco di nomi, luoghi, episodi ignoti ai più, ma soprattutto occultati per non urtare l’agiografia della resistenza. Pochi conoscono l’eccidio di Rovetta, la strage di Oderzo e quella di Schio, il massacro dei fratelli Govoni. Fatti che la storiografia antifascista ha sempre ignorato di proposito, per opportunismo partitico o faziosità ideologica.
Agli occhi dei ‘gendarmi’ la sua imperdonabile colpa è quella di aver offerto un contributo a sollevare il macigno che l’utilizzo della storia per fini politici ha posato proditoriamente su alcune pagine. Il meritorio tentativo di rileggere la storia, di ripercorrere la memoria rendendo giustizia anche ai vinti, non si può liquidare semplicisticamente con la parola ‘revisionismo’. Peraltro, sana abitudine alla base di qualsiasi ricerca seria. Troppo veleno che fa riflettere: forse la storia di quei tragici anni è intoccabile?

7 commenti:

articolo21 ha detto...

Beh tanto intoccabile ormai non è più.

Marco Cimmino ha detto...

Sono ancora intoccabili, caro Faber: per un Pansa che scrive i suoi best sellers, ci sono diecimila Gotor che fanno controbatteria. E non dimentichiamoci che le cose che scrive Pansa sono state già tutte scritte da altri, che non hanno potuto uscire dal ghetto, perchè non erano compagni a tutta prova come lui. C'è ancora un mare di omertà, un oceano di silenzio e di depistaggi: altro che rovescismo! Il punto è che, se fossimo un paese civile, equilibrato, serio e capace di valutazioni sensate, quelli come Gotor non avrebbero mai ottenuto una cattedra a Torino. Le cattedre universitarie, te lo dice uno che le conosce anche troppo bene, sono concesse come medaglie al valor partigiano. Assegnarne una ad un uomo che sia notoriamente di destra sarebbe come se, ai tempi, avessero decorato al valore partigiano un saloino: impensabile.Quindi, teniamo presente che Pansa è uno contro un esercito: i gendarmi della memoria sono tanti e non ci sono solo i gendarmi, ci sono gli incursori, i guastatori, gli assaltatori, i difensori...è un esercito piuttosto organizzato...Comunque, se Pansa verrà a Bergamo, sarà per me un onore presentare di nuovo i suoi libri, come ho fatto in passato. A quando una presentazione di tuoi libri, eh, neghittoso?

Vito ha detto...

Putroppo la storiografia, come la politica, è piena di opportunismi e faziosità. Da ragazzini nelle sezioni ci hanno raccontato che la Storia la scrivono i vincitori. Spesso è così, ma non sempre.
Franco vince nel 1939 in Spagna, ma si ricorda solo Garcia Lorca fucilato dai nazionalisti, e non Ramiro de Maeztu negli stessi giorni fucilato dai repubblicani...

P. Pinna ha detto...

Buongiorno a tutti,
è importante che Gianpaolo Pansa continui a scrivere dei terribili fatti accaduti nel primo dopoguerra.
E' importante far conoscere la vera storia a tutti coloro che ne hanno sempre ascoltato una versione di parte.
Vorrei segnalarvi una notizia di più di 30 anni fa, ma che, insieme agli omicidi del primo dopoguerra, deve sempre trovare spazio per i nostri ricordi.
Francesco Coco (Terralba, 12 dicembre 1908 – Genova, 8 giugno 1976) era il procuratore generale presso la Corte d’appello di Genova quando fu assassinato dalle Brigate Rosse nel corso del processo a degli esponenti delle BR.
Originario della Sardegna, nella sua carriera di magistrato fu sostituto procuratore generale della Corte d’appello di Cagliari, occupandosi di molti casi di sequestro di persona. In seguito divenne procuratore della Repubblica di Genova, carica che mantenne negli anni ‘60 e ‘70.
Nel maggio 1974 si oppose al rilascio di alcuni militanti del Gruppo XXII Ottobre per la liberazione del giudice Mario Sossi (sequestrato dalle BR), dopo che la Corte d’Assise d’Appello di Genova aveva dato parere favorevole.
Venne per questo assassinato l’8 giugno 1976 a Genova, insieme ai due agenti della scorta Giovanni Saponara e Antioco Deiana, con dei colpi di rivoltella. Dopo poche ore, alcuni militanti delle Brigate Rosse sottoposti a processo, rivendicarono in aula l’omicidio del Procuratore Generale.

Andrea Chessa ha detto...

Quello che scrive Pansa, facendo finta di scoprire l'uovo di Colombo, lo scrisse già diversi anni fa un certo Giorgio Pisanò. Solo che Pisanò stava dalla parte sbagliata, e quindi il suo era solo "revisionismo". Un bel libro di questo genere, di Pansa, avrebbe fatto comodo quando i rossi esaltavano in coro la P38, bruciavano vivi i camerati e spaccavano le teste dei nostri con la chiave inglese.

Anonimo ha detto...

Ho i brividi...:-(

http://rosascrive.splinder.com

Andrea ha detto...

Parlarne, parlarne, parlarne...continuare a farlo senza stancarsi mai. Come hanno fatto loro sebbene motivati solo dal desiderio di avvelenare i pozzi;)